UN SALUTO A SILVANO D’ALTO: UN PROFESSORE UNIVERSITARIO, UN RICERCATORE, UN UOMO

Architetto e docente di Sociologia dell’Ambiente presso l’Università di Pisa ha approfondito i temi della formazione del territorio e del senso che accompagna la dinamica storica e sociale degli insediamenti urbani, dedicandosi ai meccanismi che sottendono la costruzione della città in un rapporto coevolutivo tra uomo ed ambiente. La città, ma anche l’ “anticittà”, perché lo studioso da sempre legato a Giovanni Michelucci intendeva, nei suoi lavori, rimarcare l’importanza della partecipazione dei cittadini alla vita urbana, non sempre aperta a tutti. Ai suoi occhi, divengono interessanti i movimenti dei singoli che quotidianamente tracciano strade nuove, all’interno di un tessuto sociale multiforme e ispido, difficile nel rapporto con le istituzioni ma che in una prospettiva di architettura michelucciana diviene fondamentale allo straordinario progetto della “costruzione della città”.
Il diverso, colui che vive marginalmente, coloro che sono gli esclusi dal sistema sociale, divengono elementi di ricerca da cui osservare le dinamiche urbane in un rapporto di inclusione ed esclusione, di ordine e disordine.
Se da una parte la città attiva meccanismi di controllo per garantire l’ordine ed il rispetto delle regole, dall’altra esiste una città nascosta, sommersa fatta di disordine, occupata da coloro che vivono fuorilegge per garantirsi la sopravvivenza.L’oggetto dei suoi studi allora diviene osservare la città rovesciata, interpretarne il senso, spostando l’angolo di osservazione verso la posizione liminale. Da qui emerge un disegno di città, imprevista, inaspettata, che porta il sapore ed i colori di terre straniere, trasformata culturalmente attraverso impercettibili movimenti che le persone marginali creano all’interno dello spazio urbano.

La città per D’Alto non può non tener conto di questi aspetti e deve fortemente ripensare al senso di comunità, riadeguare gli strumenti che ci relazionano all’altro, anche se è un diverso. Queste prospettive divengono i cardini per iniziare a spostare l’obiettivo dal centro verso la periferia.Le periferie del mondo divengono dunque elementi di studio e di anni di ricerca del prof. D’Alto. I luoghi delle periferie come i barrios del Venezuela ai quali dedicherà otto anni di ricerca che daranno vita ad uno dei suoi libri più belli “ La città dei barrios” – Bulzoni editori 1998.
I barrios rappresentano una singolare edificazione, abbarbicata sui fianchi dei cerros, è definita marginales dalle istituzioni ma nonostante ciò, continua la sua espansione, come un gigantesco cantiere perennemente attivo.
Essa si estende ad anfiteatro sugli spazi urbani tradizionali e su quelli della nuova espansione metropolitana. Interessante risulta notare il dualismo istituzionale che anima la stessa Caracas: da una parte una città ordinata che vive in spazi riconosciuti ufficialmente, dall’altra una città costretta ad inventarsi quotidianamente gli spazi per la sopravvivenza.Dotato di un forte interesse per il rapporto uomo-città, ha condotto con grande passione ricerche oltre che a Caracas anche nella savana venezuelana, in Ungheria ed in Inghilterra, alla ricerca di risposte alle diversità delle forme abitative ed agli agglomerati urbani.
La sua curiosità e generosità d’animo lo spingono a conoscere la realtà creatasi a Viareggio sull’Araba Fenice, come un ritorno alla vita di persone marginalizzate che si stavano adoperando per rigenerare un’area verde abbandonata. Un’esperienza di progettazione partecipata guidata da Emma Viviani che ha permesso a persone escluse, con problematiche di tossicodipendenze e carcere, di riappropriarsi della loro dignità riportando alla luce una zona buia, periferica del Varignano e frequentata da baby gang della città di Viareggio ( www.arabafeniceonlus.it). Un lavoro che il prof. D’Alto ha tradotto in una pianificazione urbanistica nell’autoprogettazione degli spazi, calandosi nella dimensione del gruppo ed interpretando desideri e sogni dei partecipanti, riportando su carta planimetrica un disegno architettonico dell’intero parco, inserendo al centro un luogo per gli incontri (a forma di pagoda); il progetto è pronto in esecutivo – ancora da realizzare.Molte cose comunque sono state fatte e l’area nel tempo si è trasformata in un luogo sano per giochi e svago per il quartiere.Il destino della città é quello di evolversi, di cambiare sia nelle
sue dimensioni che nelle sue forme e pertanto al di là della “psicosi
sicuritaria,” la città deve prendere in considerazione tutte le opportunità che le possono garantire un cambiamento.
Alla base dei fenomeni urbani vi sono i legami di relazione tra le persone, vi
sono legami comunitari che sono forti ed indissolubili, vi sono le contraddizioni tra il corpo istituzionale e quello sociale, vi è l’indefinitezza degli spazi e l’ incertezza dei suoi tempi.. Oggi più che mai le nostre città manifestano una grande sofferenza legata a fenomeni inattesi ma con poteri rivoluzionari capaci di sovvertire ogni forma di ordine e di sicurezza. Città che evolvono e si trasformano, ma che sta a noi seguirne le fasi dello sviluppo per creare un futuro migliore del presente, alla ricerca della coevoluzione tra l’uomo, l’ambiente e visto l’avanzare dell’automazione, anche le macchine. Non ci resta allora che raccogliere l’eredità di coloro, che come il prof. D’Alto nel corso della loro vita si sono dedicati alla conoscenza di realtà complesse, di culture lontane e viaggi audaci per stimolarci a pensare ed a produrre una nuova cultura del territorio.

LA PAGODA: UN SOGNO ANCORA DA REALIZZARE

Emma Viviani, sua discepola, ha lavorato insieme al prof. per 15 anni, riporta qui le sue parole:

“Nessuna esperienza apparve al gruppo più profondamente drammatica e vissuta di quella del carcere. L’entusiasmo e la voglia di sognare portano i ragazzi ad autoprogettare lo spazio, divenendo “architetti” in nuce. Il luogo dell’incontro è stato pensato come una “pagoda” che, nella circolarità delle sue linee, rappresenta un luogo dove le persone possano stare insieme in armonia: il tema del cerchio come simbolo di unione e condivisione. Da tale disposizione all’impegno comune è nata anche la sicurezza del parco: come frutto di una intensa rete di relazioni – la quale già esprime una terapia di recupero – e di una costante e attiva presenza, per sviluppare il senso di appartenenza non solo a un luogo, ma a un progetto comune, di società e di cultura”.

a cura di Emma Viviani, sociologa dirigente ANS Toscana, commissione di partecipazione INU e discepola del professore.

Lascia un commento