Autoprogettazione della Pagoda

Il 28 settembre 2008 nella Sala Consiliare del Comune di Viareggio fu presentato il libro “Il parco sociale La Fenice a Viareggio”, edito dalla Fondazione Michelucci. Il volume è ancora di grande attualità, perché racconta l’intero percorso di un lungo lavoro che, nato all’interno del Ser.T, si è sviluppato sul territorio, nella considerazione di una proposta di autoprogettazione degli spazi degradati: quelli di un’area verde abbandonata del quartiere Varignano di Viareggio, riqualificata da un gruppo di ex-detenuti e tossicodipendenti, che hanno concentrato le loro energie in servizi utili alla cittadinanza, tra cui riqualificare l’area.

I Progetti della Pagoda

Il metodo di lavoro utilizzato richiama alle linee dell’architettura michelucciana – un lavoro sistemico-relazionale, in parte costituito attraverso reti di autoaiuto e mutualità – in cui il protagonismo degli attori si manifesta con la proposta di soluzioni originali per abbellire l’area verde e renderla fruibile da parte della cittadinanza. Alla base vi è comunque un difficile lavoro di sostegno, concreto e materiale, a persone e famiglie completamente sprovviste di mezzi propri per andare avanti, che ha visto coinvolti operatori dei servizi sociali pubblici e privati dei Comuni della Versilia.

La riqualificazione degli spazi degradati si è rivelata una vera e propria attività terapeutica, in quanto permette di avviare un processo di recupero anche della persona disagiata: la riqualificazione della propria vita, sembra camminare di pari passo con quella dell’area verde. In altre parole, rendere bella l’area equivale a rendere belli se stessi, e permette di trovare la spinta per andare avanti nella consapevolezza di valere come persone, di avere una propria identità e dignità, di sognare cose belle per se stessi e per gli altri.

Nasce così, da posizioni partecipate e condivise, l’idea di un giardino che sia di tutti, e lo spazio di un luogo dove le persone si possano incontrare in libertà. Centro del progetto la realizzazione di una “pagoda”, costruzione che da una parte richiama architetture lontane, esotiche, ma anche edifici locali del passato, ed è un luogo dove le persone possono stare insieme, anche quando le condizioni meteorologiche non sono buone.

L’idea della pagoda nacque dal pensiero di uno spazio degli incontri che doveva simboleggiare la casa – comunicare anche un senso di vita, di libertà e di benessere, di pace e di armonia – aspetti positivi che si contrappongono alla vita di coercizione e al carcere.

Il progetto di riqualificazione, coordinato da Dr.ssa Emma Viviani e Prof. Silvano d’Alto, ha alla base l’atteggiamento di accoglienza verso ogni cittadino, che dovrà incontrare nel Parco un laboratorio sociale, obiettivo prioritario della associazione Araba Fenice, da destinare a incontri liberi, al gioco, al riposo e alla vita nella natura; ma altresì deve essere anche luogo ideale per discussioni gli incontri culturali, per feste comuni, per seminari, per la cura quotidiana del nuovo spazio comune che è il Parco.

Reti di relazioni

Da tale impostazione e atteggiamento all’impegno comune nascerà anche la sicurezza del Parco: come frutto di un’intensa rete di relazioni – la quale già esprime una terapia di recupero – e una costante e attiva presenza: per sviluppare il senso di appartenenza non solo ad un luogo ma ad un progetto comune, di società e di cultura.
Una rete di cui è parte attiva e significativa la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, il cui sostegno economico è stato risorsa preziosa nel coltivare l’idea della autoprogettualità perseguita.

Il Parco dovrà trasmettere a tutti – sarà un messaggio – questo senso di sicurezza che non nasce dalla complessità degli accorgimenti tecnologici, ma dal valore della vita di relazione prodotta all’interno della vita del Parco e nella relazione con l’esterno. Tale esperienza viene presentata in un’ottica di sostenibilità, di nuova “frontiera” della riflessione ambientale e urbanistica, dove il concetto di frontiera nelle zone periferiche diviene il paradigma di “luoghi di povertà e dell’esclusione sociale”, ma anziché rimanere confinati in ghetti urbani, vengono valorizzati come risorsa nell’ambito dell’integrazione e della crescita della città.

Silvano D’Alto, con noi

Parlare di autoprogettazione non avrebbe senso, se non ricordassimo chi ha sostenuto l’associazione confortandola in competenze e incentivandone il lavoro per la riconosciuta stima, senso di condivisione, entusiasmo. È un ricordo affettuoso e doveroso verso il Prof. Silvano D’Alto, che come racconta Emma Viviani nel libro Una tribù all’ombra delle foglie di coca (ETS, 2010), ricordava: ”.

Prof. Silvano D’Alto

«Vidi che alcuni componenti del gruppo dell’Araba Fenice indossavano un cartellino con la scritta “operatore cittadino”. Finalmente avevo trovato la possibilità che i costruttori dello spazio del Parco si sentissero, fin dalle prime avventure, “operatori cittadini”: perciò costruttori di un minuscolo pezzo di città. Dico di città, non di un recinto di utenti del Ser.T., non avrei mai accettato di chiudermi in un processo che portava non al valore della città, ma a quello del ghetto.

Perciò molto mi rallegrai a sentire affermare, da Emma e da tutto il gruppo, i principi della auto-progettazione e della dignità di sentirsi operatori cittadini. Non potevo volere di più per tentare di pensare insieme al gruppo gli spazi nuovi del Parco.

Ne venne fuori una idea eccellente che impegnò il gruppo in un lavoro di vera e propria progettazione, con dovizia di plastici in balsa e in legno. Un lavoro che meritava ammirazione: ero io stesso stupito per come i pensieri astratti del dialogo comune e il fare concreto si legassero magnificamente. Ciascuno metteva la propria competenza, il proprio estro, la propria genialità.»

Hanno partecipato a questo progetto