Laboratorio di autoprogettazione

Guardarsi indietro suscita una certa commozione. Sono trascorsi già venti anni da quanto alcuni visionari con lungimiranza di idee e di azione iniziarono a dare forma a un sogno. Guardavano uno spazio verde ben preciso, la pinetina deserta e degradata del Varignano, e già la immaginavano come luogo ideale per diventare un parco cittadino, perfetta area di socializzazione per i ragazzi del quartiere.

Quella pinetina era però un vero disastro, infestata come era dalla microcriminalità, bisognava agire su più fronti: allo stesso tempo ripulire, rigenerare, progettare per assolvere all’esigenza di molti a credere nel cambiamento, del luogo e di se stessi. Una vera e propria sfida, non sarebbe stato facile mettere in movimento le forze necessarie a vincerla. Fu scelto di ascoltare coloro che di quello spazio erano i protagonisti, le loro testimonianze di vita e di emarginazione diventarono riferimenti preziosi.

Fu scelto di ascoltare l’umanità più fragile: ex carcerati in primis, ma anche immigrati e persone in difficoltà, condivisero le loro esperienze, che divennero patrimonio comune condiviso, oltre che base di lavoro per guardare verso un futuro – loro e della pinetina – pensato su prospettive diverse che davano a sentimenti come dignità, calore, accoglienza un nuovo senso che ne valorizzasse la diversità umana come ricchezza.

Quella che a distanza di venti anni è un’idea a molti nota nacque così, dalla felice intuizione di chi volle dare attenzione alla persona, ponendosi in ascolto delle sue necessità. L’associazione Araba Fenice, fu istituita proprio per indicare una nuova via, per vivere profondamente il rapporto di condivisione fra persone idealmente accomunate dalla finalità di realizzare progetti comuni, ai quali ciascuno portava la propria esperienza per farla divenire bene condiviso: nessun pensiero di spazio comune doveva nascere se non da una esperienza di spazio profondamente vissuta.

Parlare di “spazio” significa averne rispetto, significa conoscerne il limite, l’impossibilità di varcarlo, di andare oltre un confine delimitato: nessuno lo sa meglio di chi ha vissuto l’esperienza del carcere. L’entusiasmo e la voglia di sognare portano ad autoprogettare un luogo di incontro, “architetti” in nuce che lavoravano fianco a fianco con progettisti di mestiere, tutti insieme per un risultato concreto: una “pagoda” che, nella circolarità delle sue linee, rappresenta un luogo dove le persone possano stare insieme in armonia, il tema del cerchio preso a simbolo di unione e condivisione.

Da tale disposizione all’impegno comune è nata anche la sicurezza del parco: come frutto di una intensa rete di relazioni – la quale già di per sé esprime una terapia di recupero – e di una costante e attiva presenza, per sviluppare il senso di appartenenza non solo a un luogo, ma a un progetto comune, di società e di cultura.